I mandanti iraniani per Charlie Hebdo

Pochi si sono accorti della notizia che nel computer di uno dei fratelli Kouachi, gli attentatori che hanno decimato la redazione di Charlie Hebdo, è stata trovata la fatwa dell’ayatollah Khomeini contro Salman Rushdie.
16 AGO 20
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Pochi si sono accorti della notizia che nel computer di uno dei fratelli Kouachi, gli attentatori che hanno decimato la redazione di Charlie Hebdo, è stata trovata la fatwa dell’ayatollah Khomeini contro Salman Rushdie. I terroristi erano sunniti legati ad al Qaida, ma la matrice ideologica della strage porta il timbro della Rivoluzione islamica dell’Iran. Nel 1991 la fatwa di Khomeini diede i suoi primi frutti: a Tokyo venne ucciso a pugnalate il traduttore giapponese dei “Versetti satanici”, Hitoshi Igarashi. Poi i sicari iraniani uccisero un imam belga a Bruxelles, Abdullah al Ahdel, perché il religioso aveva osato criticare la sentenza di morte. Adesso è stata la volta di Charlie Hebdo. I mullah in Iran hanno più volte spiegato che la fatwa continua a essere valida perché soltanto la persona che l’ha emessa potrebbe revocarla, e quindi la morte di Khomeini ha impedito che ciò potesse avvenire.
La cosa importante non è mai stato il contrasto tra l’ayatollah e Rushdie, scontro che invece ha monopolizzato il caso, fino a farne una spy story. Il dato storico, epocale del caso Rushdie è che la fatwa del mullah supremo si è autoimposta sulla umma tutta, sunnita e sciita, la comunità islamica dei credenti, in occidente quanto in oriente. Khomeini ottenne un altro risultato: intimorire la comunità degli scrittori, tanto che all’epoca della fatwa, soltanto pochi, coraggiosi letterati si schierarono apertamente in difesa di Rushdie (come Arthur Miller, Norman Mailer e Milan Kundera). Trent’anni dopo la fatwa, due anonimi ragazzi francesi delle banlieue hanno preso nelle loro mani il mandato di Khomeini a uccidere “i blasfemi”.